Scatti futuristi

Photografer:
Alessandro Marsili
Diletta Fernandez

Chiudiamo gli occhi e teletrasportiamoci agli inizi del ‘900 quando i futuristi sgomitavano per farsi spazio tra i grandi artisti che spopolavano con le loro canoniche opere d’arte fatte di linee perfette e colori naturali.

Correva l’anno 1920. Ernesto Thayaht pittore, scultore ma soprattutto innovativo ed originale stilista di moda, conia il termine ed inventa la TUTA, ovvero l’abito unitario a forma di ‘T‘, che fonda la sua essenza sul concetto di praticità e che da più di ottant’anni ha segnato il costume e la moda attraverso mille varianti. Per Thayaht doveva essere pensata come un Abito universale, un vestito tutto d’un pezzo, fuori dalla consuetudine. Ed è proprio fuori dalla consuetudine che nasce l’idea di Officina del Papillon di unire la tuta a papillon che ricordano nei motivi le canoniche opere d’arte futuriste fatte di linee dinamiche e colori vivaci inserendoli con i loro outfit in una location evocativa: una fabbrica in disuso, simbolo della dinamicità della fabbrica inserita nella città-fabbrica. Tute da lavoro impreziosite da quattro creazioni: Depero, Carrà, Dottori, Boccioni, omaggio di Officina del Papillon a quattro grandi interpreti dell’arte e del pensiero futurista.

L’incontro fra arte contemporanea e moda si propone negli eventi dinamici futuristi attraverso la rappresentazione di un nuovo modello di vestibilità funzionale, corredo estetico di un corpo agitato dalla veemenza del nuovo movimento e della sua futuribile identità». Nel manifesto firmato da Balla l’abito maschile deve essere «dinamico, aggressivo, urtante, volitivo, violento, volante, agilizzante, gioioso, illuminante, fosforescente, semplice e comodo, di breve durata, igienico, variabile».

Il movimento futurista infatti, non poteva non toccare anche l’abbigliamento, il più quotidiano degli eventi, da affrontare nell’ottica di un rinnovamento radicale e rivoluzionario della moda, incidendo concretamente sulle sue trasformazioni e mutando la concezione stessa del modo di vestire. Il progetto e la ricerca di un abbigliamento “antiborghese” come espressione artistica accessibile alla massa, è stato il primo passo verso la democratizzazione della moda e quindi verso l’avvento del nostro prêt-à-porter. L’approccio dei futuristi alla moda muove dall’affermazione che la moda è arte; ma il parallelismo non finisce qui: l’abito infatti è considerato dal movimento come un segno linguistico capace di esprimere uno stile di vita, concretamente per esprimere i postulati futuristi; vi si introduce il colore; l’uso del taglio per esprimere la novità rispetto al passato: non per nulla il collo a V ha avuto la sua origine nel 1913 in ambiente futurista.

Nel pensiero e nella moda futurista notevole rilevanza è data al papillon, che oltre ad essere uno dei tratti distintivi ed imprescindibili del “fondatore” Filippo Tommaso Marinetti, ribadisce ed anzi rafforza l’utilizzo dell’accessorio – i cosiddetti “modificanti” in terminologia futurista, ovvero accessori, elementi geometrici di tessuto o colore – da applicare secondo la creatività di ognuno per cambiare e rinnovare costantemente la struttura dell’abito perché tale sia veramente una forma estetica. Il vestito futurista, e ogni sua componente e accessorio, divengono insomma il segno immediato, e ideologicamente auto-rappresentativo, di una provocatoria presenza del nuovo nella vita di tutti i giorni e deve perciò essere dimostrativo del taglio netto con la tradizione; per dirla in altri termini si tratta di una vera e propria spinta, tipicamente futurista, di continua emotività creativa all’interno del vissuto quotidiano.

 

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